Ultimamente sono andato due volte in banca. Devo dire che come esperienza siamo al limite del masochismo, probabilmente è seconda solo all’antico rito della carta vetrata al posto della carta igienica.
Mettiamola così. Entro, all’apertura, devo essere in ufficio entro le dieci. Mi trovo di fronte un macchinario con due bottoni: uno verde con scritto affianco “Operazioni in denaro” e uno rosso senza nessuna scritta. Mi prende la sindrome di McGyver e penso che premendo il rosso possa uscire una voce tipo “Questa filiale si autodistruggerà entro trenta secondi”. Operazione in denaro, devo cambiare un assegno da poche centinaia di euro. Strappo il numerino, sono il 139. Guardo la bacheca, siamo al 103. A volte credo che i numeri non ripartano da zero perchè c’è imbarazzo nel mostrare che in tutta la mattina sono stati sbrigati venti clienti. In fondo, se un povero cristo entra alle undici, vede che servono il 40 e lui ha il 110, se ha un bypass potrebbe persino tentare il suicidio passando sotto il metal-detector fino a far scoppiare il ventricolo destro.
Attendo qualche minuto e mi diletto nel parallelo tra le banche milanesi e quelle napoletane. Innanzi tutto, a Milano, c’è poca gente. Le operazioni si fanno su internet per risparmiare tempo e denaro, mentre il cliente partenopeo (in questo caso giuglianese) sente il bisogno di toccare con mano, una per una, le banconote. In una banca milanese trovi tante sedie vuote. A Napoli invece, per socializzare, mettono otto sedie per trentadue persone: si ritorna ad un clima da scuola elementare, si gira in tondo e chi si siede è furbo. La nonnina novantaduenne può sperare di trovare qualcuno che la fa sedere, ma se tutti pur di non guardarla fissano fischiettando gli opuscoli non è perchè sentono il bisogno irrefrenabile di aderire alla nuova offerta “Fondo Cravatta” ma perchè di alzare il culo non ne vogliono sapere. In quel caso la vecchina, se è troppo timida per chiedere, può prenotare un prete. Sportelli aperti? Al Nord cinque o sei, al Sud quando apre il terzo scatta la hola tra i clienti.
Osservo i funzionari e trovo un’altra differenza. Il funzionario del nord sbriga il cliente, ripone i soldi o gli assegni, chiama il numero successivo. Quello giuglianese sbriga il cliente, ripone soldi e carte, si guarda in giro, si stiracchia, guarda il campanello con aria malinconica, va in bagno, torna, conta una mazzetta di banconote, la riconta, la triconta, scambia due chiacchiere col collega vicino rallentando la sua operazione e poi, dopo cinque minuti buoni, chiama il cliente successivo. Fatto con una decina di clienti vuol dire un’ora a sbafo, non male. Specie per chi aspetta. E siamo al 109.
Esco, faccio un bancomat, compro le sigarette, mi prendo un caffè, due chiacchiere col barista e torno in banca. Siamo al 115 e si sono fatte quasi le dieci. Chiamo al lavoro, dico che ritardo, e intanto torno a casa e faccio un paio di telefonate urgenti. Torno dopo venti minuti: botta di vita, siamo al 129.
E’ a questo punto che inizio a notare i clienti. Mancano dieci numeri al traguardo, chiamano il 130 e non c’è. 131... 132... 133... 134: c’è! Mancano cinque numeri. Mentre sbrigano il 134 entrano tre tipi: sono il 130, il 132 e il 133 che erano fuori a fumare e avevano calcolato male i tempi. In un mondo civile dovrebbero ricevere un sonoro “Ci spiace” dai cassieri o, quanto meno, dovrebbero scusarsi con gli altri per l’errore e chiedere se possono lo stesso effettuare l’operazione. Invece si dispongono a falange, uno per ogni sportello aperto, senza chiedere permesso. In un paese civile dovrebbero ricevere delle badilate sui molari.
Passano anche quei tre, uno sportello sta per chiamare il 135 quando arriva lui, l’impavido vecchietto, che ha deciso di cambiare la pensione di tre anni in banconote di piccolo taglio. Si avvicina senza numero al banco e fa, con aria innocente: “Signurì, che mi potete cambiaro?”. Meriterebbero una risposta tipo: “Mi spiace, signore, ma alla sua età non si cambia più: dovrà restare cafone”. Invece la signorina (molto carina, ma non è un alibi) si mette a contare banconote. Il vecchietto: “Signurì, vi piacciono i frutti?”. Risposta affermativa. “Allora non vi farò mancare una cascetta di perzeche quest’estate”. Forse ho sbagliato io, magari col tasto rosso si chiamava lo sportello del baratto: pesche in cambio di soldi. La signorina ringrazia e avverte: “Però se dovete fare altre operazioni vi conviene andare di là”. “Di là” vuol dire agli sportelli senza numero, quelli per i clienti che non devono fare operazioni in denaro. Al Nord hanno la loro ragion d’essere, e a volte anche il numero: se devi fare un’operazione lunghissima non puoi intasare lo sportello di quelle veloci (per modo di dire). Al Sud, invece, lo sportello con l’operatore-personal banker è un attestato di merito, un’onoreficenza. Lì il mondo cambia.
Mentre i numeri scorrono a rilento ricordo quando ci andai l’ultima volta: aspettavo e un’idiota davanti a me intratteneva il cliente consigliandogli azioni (e fin qui è normale), parlando delle famiglie (meno normale), facendo battute (decisamente anormale) e prendendo il caffè (abbastanza insopportabile). Il colmo lo raggiunsi quando dopo mezz’ora il cliente (non l’operatore, il cliente!) vedendomi sbuffare disse “C’è gente che aspetta” e si sentì rispondere “No, senti, io non mi posso mica stressare... facciamo con calma”. Anche io avrei voluto fare con calma. Strappargli le unghie lentamente, una ad una...
Torno lucido, siamo al 137. A sinistra un tizio da mezz’ora maneggia con una serie di carte assurde. Vabbè, ci può stare. A destra una signora anziana travestita da giovane ad ogni passaggio chiede spiegazioni su cosa serva questa o quella carta. A un certo punto dice: “E per l’estinzione come faccio?”. Lì ho la conferma che non potrei lavorare in banca. Invece di rispondere: “Si tratta di un mutuo?” avrei minimo risposto “Guardi, qui fuori passa il 460, quando arriva si lasci andare. Se tutti fanno così riusciamo rapidamente ad estinguere i clienti rompicoglioni”.
Arriva il mio turno, con l’impiegata bonazza. Faccio il sorriso acchiappesco quando lei mi dice: “Mi sa che dovrà tornare tra tre giorni”. A quel punto, misteriosamente, come fossi un Pastore di sto Caucaso il sorriso muta in ringhio feroce. Lei confabula al telefono e mi dice: “Ok, possiamo cambiarlo”. Domanda: avete delle regole oppure gli assegni li cambiate a seconda dell’incazzatura del cliente? Ditemelo, la prossima volta vengo col mitra direttamente!
Uscendo guardo il tasto rosso. Lo premo sperando che davvero sia il pulsante di autodistruzione. Esco. Sono persino felice di respirare lo smog. Vado al lavoro.